L'ascensore sociale va solo in discesa

Nel “Saggio sulle classi sociali” Paolo Sylos Labini sostenne che guardare alla dinamica dei redditi come bussola del mutamento delle classi sociali era un passaggio necessario per comprendere gli ostacoli alle riforme. E’ ancora così? Può apparire anacronistico parlare di classi sociali, ma si contrae quel ceto medio che condensa le tensioni della società italiana. Parimenti torna a crescere la classe operaia. E’ in questa trasformazione che vanno ricercate le difficoltà e le più forti capacità di condizionare le scelte politiche. E’ perciò necessario individuare segni e dimensioni del mutamento. Da dove partire? Di certo, il profilo delle classi sociali è in continua evoluzione e si accompagna ai mutamenti reddituali loro propri, e dei gruppi o classi sociali confinanti. (…)

Negli ultimi decenni, quanto alla distribuzione del reddito nazionale tra lavoro e capitale, si è ridimensionata la quota di redditi da lavoro, mentre quella dei profitti e delle rendite è tornata a crescere. Seppure in un contesto di recessione economica. Ampliando le disuguaglianze e alimentando la povertà. Questa tendenza ha investito tutte le categorie. Non solo la classe operaia (o popolare) che ha subito un netto scivolamento delle condizioni, ma i ceti medi dell’amministrazione impiegatizia, degli artigiani, dei commercianti, delle partite Iva. La “società di mezzo” è andata assottigliandosi e assimilandosi, nei comportamenti e nelle paure, a quella “operaia”. Il mutamento della distribuzione del reddito ha fatto da volano. Secondo Eurostat, nel 1992 il 59% del reddito nazionale andava al lavoro. La quota scendeva al 51% nel 2000. Risaliva al 53% nel 2015 ma solo per effetto della recessione (…).

Questa tendenza ha interrotto la cosiddetta epoca della “cetomedizzazione”. Un cambiamento reale e percepito delle condizioni reddituali e sociali della maggioranza degli italiani. (…)

Se l’ascensore sociale si blocca, ed anzi si avvia un processo inverso di discesa dei ceti medi verso le posizioni di partenza, con un parallelo rafforzamento delle elite, e un inasprimento della competizione tra gli esclusi del mercato del lavoro e un crescente disagio sociale tra i giovani, sovente fuori dal mondo del lavoro e messi  in concorrenza con le coorti anziane della popolazione o con gli immigrati, la coesione del Paese si sgretola, si deteriora ulteriormente il rapporto tra cittadini , politica e partiti. Diviene più difficile riformare il Paese perché più alti sono i costi sociali dal sostenere per riuscire nella trasformazione. E più alte le resistenze. (…)

Continua su Affari&Finanza/La Repubblica dell’11 luglio 2016

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