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Giacomo Silvano

Nasce il 12 settembre 1973 a Pollenatrocchia, paese in provincia di Napoli. La famiglia è di origini modeste e riesce a tirare avanti grazie allo stipendio che il  padre con tanta fatica porta a casa. Giacomo da ragazzino ha un sogno, quello di giocare a pallone. A 16 anni, la sua tenacia lo porta a giocare in Calabria, nella Ravagnese, la seconda squadra di Reggio.

Dopo due anni è in procinto di passare all’Acireale, compagine che milita nel campionato di serie B, ma l’improvvisa morte del presidente della sua squadra, che gli faceva anche da procuratore, rimette tutto in discussione. Deluso dal mancato trasferimento e rimasto pure senza squadra – la società Ravagnese nel frattempo è fallita – Giacomo decide di rientrare a Napoli. Qui viene in contatto con alcune sue vecchie amicizie che lo inseriscono nel commercio delle autovetture. La concorrenza però è agguerrita e Giacomo che nel 1993 si è sposato e nel 1994 ha avuto il primo figlio – decide di ricorrere alla violenza e all’illegalità per far sì che la sua attività potesse essere più remunerativa. Ben presto questa sua scelta gli si ritorce contro: nel 2002 viene arrestato con l’accusa di associazione mafiosa e concorso in omicidio. In seguito a vari processi, per un cumulo di reati che comprende l’associazione camorristica, il traffico di droga, e il tentato omicidio, Giacomo Silvano viene condannato a 30 anni di reclusione.

ALCUNE DOMANDE A GIACOMO SILVANO

Quanti anni hai adesso?
Adesso io ne ho 38! Sono da 10 in carcere.

Quanti devi farne ancora?

Io ho preso 30 anni. Ho avuto una condanna definitiva di 30 anni. E quindi… secondo me, oltre a far capire ai ragazzi il messaggio di non essere comunque frettolosi, e di ascoltare prima di agire, noi dobbiamo comunque dare un messaggio a coloro che effettivamente si sono ricreduti, si sono ravveduti, hanno avuto la possibilità di ricredersi su quello che effettivamente è stato commesso. Quindi prima di arrivare al punto mio, di ravvedersi attraverso un percorso di risocializzazione, un percorso di rieducazione, che sto comunque affrontando da dieci anni in carcere… è giusto pure che venga data una possibilità al ragazzo di capire prima, e non dopo l’aver commesso un fatto, un reato. Cioè noi dobbiamo riuscire a trasmettere un messaggio al ragazzo che… cioè, bisogna avere gli strumenti, quello che effettivamente Napoli non offre. O forse qualche altra città pure. Avere degli strumenti affinché questi ragazzi possano in realtà capire dove vanno a parare. Io credo che meglio di noi, di noi che abbiamo vissuto e che stiamo cercando di riscattare e di recuperare questa realtà, magari questi valori mortificati negli anni, penso che meglio di noi possiamo dare veramente un contributo a questi ragazzi.

Quindi una cosa che puoi dire è che è importante lo studio,  anche al ragazzo che viene qua. 

Fondamentale! L’unica cosa che ho obbligato i miei figli a fare, è lo studio. Poi del resto possono decidere da soli. Limitatamente, ma lo studio io sono intransigente, voglio che loro studino. Perché solo attraverso lo studio che loro possono scoprire la vita, potranno interagire con chiunque. Io mi ricordo che all’età di 12-13 anni, con una prima media presa così, non mi potevo avvicinare a persone, magari non capisco un concetto di quello che si dice. Che fai?

Quindi tu sei vittima dell’ignoranza?

Anche! La stragrande maggioranza dei miei errori sono dovuti all’ignoranza, alla non conoscenza di una realtà. Alla non conoscenza di una conseguenza.

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